Un saggio della dott.sa Elisa Vincenzi, esperta RITMìA 2005

  MUSICOTERAPIA E RITMIA


Musicoterapia: qual è il significato di questa parola? Curare attraverso la musica. “To care”, avere cura dell’altro, accoglierlo, ascoltandolo, accettandolo e aiutandolo.
La Musicoterapia utilizza la musica per creare e mantenere una relazione, fra più esseri umani, ma anche fra l’essere umano e se stesso.

L’uomo è suono: al momento della nascita possiede già un “bagaglio” musicale creatosi nel grembo materno. Il feto percepisce sia gli stimoli sonori di origine interna, come il battito cardiaco, i rumori dell’apparato digerente o le vibrazioni provocate dalle emissioni vocali della madre, sia gli stimoli sonori esterni, come musiche, voci e rumori.
In seguito a diversi esperimenti condotti su neonati, è stato notato come quelli esposti per quattro giorni consecutivi ad un suono riproducente il battito cardiaco, piangessero meno e aumentassero di peso più dei piccoli appartenenti al gruppo di controllo, non sottoposti all’esperimento (1).
Il neonato all’interno dell’utero, subirebbe un imprinting uditivo del battito cardiaco della madre.

Il suono è anche, insieme al movimento, il principale canale espressivo e comunicativo che permette al bambino di affermare la propria personalità e di entrare in contatto col mondo esterno: il suono è sempre provocato da un agire e l’agire rappresenta sempre un’intenzione.
L’azione è simbolica perché esplica qualcosa di noi, spesso un non detto, un sentimento, un’emozione o una sensazione.

Il corpo umano è un vero e proprio strumento musicale, che vibra grazie ai suoni che percepisce e che emette e l’uso corretto della voce permette di diventare consapevoli del proprio corpo e delle proprie emozioni. Alfred Tomatis, otorinolaringoiatra francese, si è dedicato allo studio approfondito della voce e dell’emissione vocale, giungendo a risultati molto interessanti. Ammette, per esempio, che cantare costituisce una delle funzioni più preziose per stimolare il  nostro sistema nervoso e per mantenere il cervello in attività creativa.

Nell’ambito dei miei studi di aggiornamento professionale, mi sono piacevolmente imbattuta in Ritmia.
Ritmia è un approccio alla propedeutica musicale rivolta ai bambini, che integra il fare e ascoltare musica con l’espressione corporea.
Il bambino può comunicare attraverso il suono, utilizzandolo come mezzo d’espressione e, dal momento che è stimolato ad ascoltare e ascoltarsi, entra in contatto col proprio corpo, che si muove e respira.

Partendo dal presupposto che da un lato si parla di terapia e dall’altro di propedeutica musicale, io ho trovato molti punti di contatto fra le due pratiche, che mi permettono di progettare laboratori musicali nell’ambito della scuola dell’infanzia.

Innanzitutto, entrambe utilizzano il suono  come veicolo principale d’espressione. Da parecchi studi effettuati sia in ambito medico-neurologico sia in ambito psicologico, si evince che la musica coinvolge il corpo nella sua globalità, è percepita da ogni millimetro di pelle, dalle ossa, dai muscoli, oltre che dall’orecchio e che interessa il talamo, organo cui sono collegate anche le nostre emozioni e sensazioni, che vi permangono in maniera non cosciente.
Attraverso il canale sonoro-musicale vengono attivate risposte connotate da valenze comunicative e relazionali significative: ogni persona rappresenta un universo costituito da eventi, ricordi e pensieri  e costruendo un ponte fatto da stimoli sonori e gestuali, viene data la possibilità di mettere a confronto e in contatto fra loro più universi.
In secondo luogo, vi è l’ascolto del silenzio e del respiro, che partono dal nostro corpo e che permettono di entrare in relazione con la nostra dimensione più intima e profonda. In Ritmia si vive l’emozione attraverso il silenzio, il quale possiede una timbrica specifica. Ogni riposo è studiato in base ad un movimento che segue e precede, così come una pausa è pensata in relazione ad un suono e diventa parte integrante di una struttura ritmica e melodica.
Rolando Benenzon, neuropsichiatra e musicista argentino, promotore di numerose scuole di musicoterapia in America e in Europa, parla di complesso non verbale, intendendo con ciò l’insieme degli elementi sonori e musicali, dei movimenti e dei fenomeni acustici, che provocano effetti regressivi.
Dialogare senza parlare ma passando da suoni, sguardi, gesti e vocalizzi permette di instaurare un clima autentico di comunicazione e riflessione.

Oltre all’acquisizione delle capacità di ripetere, discriminare e rielaborare i parametri musicali di base, uno degli obiettivi di Ritmia, consiste nella ricerca di sensazioni volte allo sviluppo dell’autocontrollo e del rilassamento.
Non si tratta forse anche in questo caso di un modo per prendersi cura dell’altro? Non si tratta di permettere all’altro di stare meglio inducendo uno stato di benessere fisico ed emotivo? Io penso di poter dare una risposta affermativa.

Inoltre, attraverso le modalità di attuazione dei laboratori Ritmia, si da la possibilità ai bambini di cooperare, giungendo all’autogestione dell’attività. Si tratta di favorire la relazione fra individui, altra parola chiave utilizzata e messa in pratica nell’ambito della Musicoterapia.

Vi è poi l’utilizzo di un certo tipo di strumentario, contemplato in entrambe le discipline: tamburi, djembé, ocean drum, bastone della pioggia, crepitacoli, … richiamano suoni ancestrali e archetipi sonori collegati a ciò che Benenzon definisce ISO Universale. Esso è comune a tutti gli uomini, a prescindere dal contesto sociale e culturale, ed è legato all’eredità filo e ontogenetica dell’umanità. Nell’ISO Universale convogliano tutte quelle strutture che nel corso dei millenni si sono incorporate nell’eredità arcaica: melodie infantili, suoni della natura (acqua, vento, rumore di foglie,…) e suoni prodotti dal nostro corpo (respirazione, digestione, battito cardiaco,…).
Ogni strumento e il timbro ad esso legato, richiamano uno stato d’animo. Nell’ambito della pratica Ritmia, si evidenzia come tutto ciò sia collegato anche a determinati schemi motori, riconducibili anch’essi alla memoria del corpo.

Personalmente, trovo molto efficace l’utilizzo di Ritmia, soprattutto nella scuola dell’infanzia e negli asili nido, laddove ci si trova a confronto con soggetti che utilizzano proprio suono e movimento quali canali privilegiati d’espressione.
L’unico limite che mi sento di sottolineare è la non applicabilità della pratica Ritmia a soggetti adulti, psichiatrici e anziani. Non perdiamo di vista il fatto che si tratta di una disciplina rivolta ad una fascia d’età compresa fra i due e i dieci anni.
Spero, con queste mie riflessioni, di non scatenare l’ira di qualche Musicoterapista ortodosso! D’altro canto ho sempre pensato che sia giusto allargare gli orizzonti visivi, nel nostro caso anche uditivi, e non chiudersi in una nicchia, perché tutto ciò che può derivare dal connubio di più discipline è solo arricchente e gratificante professionalmente e umanamente parlando.


                                                                                                                          Vincenzi Elisa
                                                                                                             (Educatrice e Musicoterapista)



1- Rolando Benenzon, Manuale di Musicoterapia, Ed. Borla, Roma, 1998, pag. 34