MUSICOTERAPIA E
RITMIA
Musicoterapia: qual è il
significato di questa parola? Curare attraverso la musica. “To care”,
avere cura dell’altro, accoglierlo, ascoltandolo, accettandolo e
aiutandolo.
La Musicoterapia utilizza la musica per creare e mantenere una
relazione, fra più esseri umani, ma anche fra l’essere umano e
se stesso.
L’uomo è suono: al momento della nascita possiede già un
“bagaglio” musicale creatosi nel grembo materno. Il feto percepisce sia
gli stimoli sonori di origine interna, come il battito cardiaco, i
rumori dell’apparato digerente o le vibrazioni provocate dalle
emissioni vocali della madre, sia gli stimoli sonori esterni, come
musiche, voci e rumori.
In seguito a diversi esperimenti condotti su neonati, è stato
notato come quelli esposti per quattro giorni consecutivi ad un suono
riproducente il battito cardiaco, piangessero meno e aumentassero di
peso più dei piccoli appartenenti al gruppo di controllo, non
sottoposti all’esperimento (1).
Il neonato all’interno dell’utero, subirebbe un imprinting uditivo del battito cardiaco della madre.
Il suono è anche, insieme al movimento, il principale canale
espressivo e comunicativo che permette al bambino di affermare la
propria personalità e di entrare in contatto col mondo esterno:
il suono è sempre provocato da un agire e l’agire rappresenta
sempre un’intenzione.
L’azione è simbolica perché esplica qualcosa di noi,
spesso un non detto, un sentimento, un’emozione o una sensazione.
Il corpo umano è un vero e proprio strumento musicale, che vibra
grazie ai suoni che percepisce e che emette e l’uso corretto della voce
permette di diventare consapevoli del proprio corpo e delle proprie
emozioni. Alfred Tomatis, otorinolaringoiatra francese, si è
dedicato allo studio approfondito della voce e dell’emissione vocale,
giungendo a risultati molto interessanti. Ammette, per esempio, che
cantare costituisce una delle funzioni più preziose per
stimolare il nostro sistema nervoso e per mantenere il cervello
in attività creativa.
Nell’ambito dei miei studi di aggiornamento professionale, mi sono piacevolmente imbattuta in Ritmia.
Ritmia è un approccio alla propedeutica musicale rivolta ai
bambini, che integra il fare e ascoltare musica con l’espressione
corporea.
Il bambino può comunicare attraverso il suono, utilizzandolo
come mezzo d’espressione e, dal momento che è stimolato ad
ascoltare e ascoltarsi, entra in contatto col proprio corpo, che si
muove e respira.
Partendo dal presupposto che da un lato si parla di terapia e
dall’altro di propedeutica musicale, io ho trovato molti punti di
contatto fra le due pratiche, che mi permettono di progettare
laboratori musicali nell’ambito della scuola dell’infanzia.
Innanzitutto, entrambe utilizzano il suono come veicolo
principale d’espressione. Da parecchi studi effettuati sia in ambito
medico-neurologico sia in ambito psicologico, si evince che la musica
coinvolge il corpo nella sua globalità, è percepita da
ogni millimetro di pelle, dalle ossa, dai muscoli, oltre che
dall’orecchio e che interessa il talamo, organo cui sono collegate
anche le nostre emozioni e sensazioni, che vi permangono in maniera non
cosciente.
Attraverso il canale sonoro-musicale vengono attivate risposte
connotate da valenze comunicative e relazionali significative: ogni
persona rappresenta un universo costituito da eventi, ricordi e
pensieri e costruendo un ponte fatto da stimoli sonori e
gestuali, viene data la possibilità di mettere a confronto e in
contatto fra loro più universi.
In secondo luogo, vi è l’ascolto del silenzio e del respiro, che
partono dal nostro corpo e che permettono di entrare in relazione con
la nostra dimensione più intima e profonda. In Ritmia si vive
l’emozione attraverso il silenzio, il quale possiede una timbrica
specifica. Ogni riposo è studiato in base ad un movimento che
segue e precede, così come una pausa è pensata in
relazione ad un suono e diventa parte integrante di una struttura
ritmica e melodica.
Rolando Benenzon, neuropsichiatra e musicista argentino, promotore di
numerose scuole di musicoterapia in America e in Europa, parla di
complesso non verbale, intendendo con ciò l’insieme degli
elementi sonori e musicali, dei movimenti e dei fenomeni acustici, che
provocano effetti regressivi.
Dialogare senza parlare ma passando da suoni, sguardi, gesti e
vocalizzi permette di instaurare un clima autentico di comunicazione e
riflessione.
Oltre all’acquisizione delle capacità di ripetere, discriminare
e rielaborare i parametri musicali di base, uno degli obiettivi di
Ritmia, consiste nella ricerca di sensazioni volte allo sviluppo
dell’autocontrollo e del rilassamento.
Non si tratta forse anche in questo caso di un modo per prendersi cura
dell’altro? Non si tratta di permettere all’altro di stare meglio
inducendo uno stato di benessere fisico ed emotivo? Io penso di poter
dare una risposta affermativa.
Inoltre, attraverso le modalità di attuazione dei laboratori
Ritmia, si da la possibilità ai bambini di cooperare, giungendo
all’autogestione dell’attività. Si tratta di favorire la
relazione fra individui, altra parola chiave utilizzata e messa in
pratica nell’ambito della Musicoterapia.
Vi è poi l’utilizzo di un certo tipo di strumentario,
contemplato in entrambe le discipline: tamburi, djembé, ocean
drum, bastone della pioggia, crepitacoli, … richiamano suoni ancestrali
e archetipi sonori collegati a ciò che Benenzon definisce ISO
Universale. Esso è comune a tutti gli uomini, a prescindere dal
contesto sociale e culturale, ed è legato all’eredità
filo e ontogenetica dell’umanità. Nell’ISO Universale
convogliano tutte quelle strutture che nel corso dei millenni si sono
incorporate nell’eredità arcaica: melodie infantili, suoni della
natura (acqua, vento, rumore di foglie,…) e suoni prodotti dal nostro
corpo (respirazione, digestione, battito cardiaco,…).
Ogni strumento e il timbro ad esso legato, richiamano uno stato
d’animo. Nell’ambito della pratica Ritmia, si evidenzia come tutto
ciò sia collegato anche a determinati schemi motori,
riconducibili anch’essi alla memoria del corpo.
Personalmente, trovo molto efficace l’utilizzo di Ritmia, soprattutto
nella scuola dell’infanzia e negli asili nido, laddove ci si trova a
confronto con soggetti che utilizzano proprio suono e movimento quali
canali privilegiati d’espressione.
L’unico limite che mi sento di sottolineare è la non
applicabilità della pratica Ritmia a soggetti adulti,
psichiatrici e anziani. Non perdiamo di vista il fatto che si tratta di
una disciplina rivolta ad una fascia d’età compresa fra i due e
i dieci anni.
Spero, con queste mie riflessioni, di non scatenare l’ira di qualche
Musicoterapista ortodosso! D’altro canto ho sempre pensato che sia
giusto allargare gli orizzonti visivi, nel nostro caso anche uditivi, e
non chiudersi in una nicchia, perché tutto ciò che
può derivare dal connubio di più discipline è solo
arricchente e gratificante professionalmente e umanamente parlando.
Vincenzi Elisa
(Educatrice e Musicoterapista)
1- Rolando Benenzon, Manuale di Musicoterapia, Ed. Borla, Roma, 1998, pag. 34