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RIFLESSIONI E COMMENTI DI ALCUNI GENITORI




“MI RICORDO CHE SEMBRAVA DI ESSERE NELLA STORIA”


" Elia, ti ricordi della maestra Sonia ?"
" Certo !"
" E che cosa ti ricordi ?"
" Mi ricordo il castello, i tamburi, gli alberi e che mi divertivo molto. Mi ricordo che sembrava di essere nella storia. "

Quando ho chiesto a Elia se si ricordava del "corso di musica" con Sonia Simonazzi questa è stata la risposta. La semplicità e l'immediatezza con cui ha parlato mi hanno convinto che per lui l'esperienza è stata senz'altro positiva. I ricordi sono imprecisi, si accavallano (i bimbi hanno partecipato al corso per due anni consecutivi), ma sono chiare ancora nella memoria le immagini del gioco.
Un gioco che aveva come obiettivo l'approccio alla musica, l'armonia e i suoni.
Devo dire che sono combattuta quando devo esprimere delle opinioni su questioni come queste. Da una parte, sono convinta della necessità di stimolare i bambini e di proporre loro molte e diverse esperienze; dall'altra temo sempre che "queste cose moderne" si rivelino solo l'ennesima sollecitazione che crea confusione e che non lascia nulla.
Sembra sentir parlare una vecchia, ma in effetti i bambini ricevono molti stimoli, molti dei quali eccessivi: vogliamo che facciano sport, che usino il computer, che imparino a manipolare, a dipingere, ad essere creativi, che imparino le lingue; è una corsa ad insegnar loro tutto quello che si può. Ma alla fine …?
Sono sincera: faccio parte di quelle mamme che non avrebbero iscritto i loro bambini a scuola a 5 anni. Non voglio derubarlo di un anno di giochi. Per questo in ultima analisi ho apprezzato il corso di Sonia : è rimasto un gioco, è rimasto un bel ricordo.

Daria (mamma di Elia 5 Anni sez.B)



“ LE PERCUSSIONI E IL MONDO DEI SUONI”
(RIFLESSIONI DI UN GENITORE)



Ogni volta che mi accingo ad assistere a una rappresentazione di qualcuno dei miei figli, fuori dal contesto familiare, lontano dalle sfere della mia affettività e della mia azione educativa, provo sempre le medesime e forti sensazioni.
Mi sembra di essere chiamato a misurare lo spazio affettivo e culturale che mi separa o che mi lega a mio figlio, mi sembra di essere chiamato a giudicarmi come genitore.
Così mi accade anche questa volta, alla Scuola Materna Dante, un tardo pomeriggio dei primi di aprile. So che ci sarà una rappresentazione. Non so bene di cosa si tratta. Di solito non mi informo mai del contenuto. Preferisco scoprirlo nel momento della rappresentazione.
Il dopo-rappresentazione sarà il luogo della lucida riflessione.
Con molta calma misurerò la maturità di mia figlia attraverso l'azione degli insegnanti e degli educatori ai quali è affidata, ma soprattutto misurerò la mia azione di padre e l'azione di mia figlia immersa nella dimensione collettiva. Col tempo misurerò lo spazio che separa le nostre generazioni e cercherò di identificare le coordinate che, all'interno dello spazio-infanzia, mia figlia sta vivendo e che io stesso ho vissuto e che hanno dato un senso alla mia azione di quando ero bimbo.
Arrivo trafelato, dopo una lunga coda su Viale Dante, quando tutti gli altri genitori sono già lì ad aspettare l'inizio. Ma non sono in ritardo. Tutto deve ancora iniziare.
E nell'attesa dell'inizio della prova, mentre gli insegnanti sono indaffarati a fare andare tutto bene, mi accorgo che in fondo a me poco importa della rappresentazione nel suo complesso o della sua riuscita, mi accorgo che sono venuto per la rappresentazione di mia figlia. Sento che vorrei soltanto misurare la gestualità della mia bimba, misurare quanto ha imparato in quei mesi in cui si è staccata da me per vivere con gli altri. Egoismo di genitore. Lo riconosco e ho un attimo di riflessione. Vorrei combatterlo, ma non ci riesco.
Questo sentimento è più forte e attendo con ansia che mia figlia appaia per riconoscerla e riconoscermi. E se mi guardo attorno, mi accorgo che probabilmente non sono il solo. Mi pare che anche ciascun altro genitore pensi al proprio figlio. Probabilmente mi sbaglio, ma il pensarlo per me è una consolazione. Attorno a me c'è un silenzio denso di emozioni. Mi sembra che ciascuno, vicino a me, sia intento a fare i conti col proprio mestiere di genitore e con la quantità di bene che vuole a proprio figlio: se è bravo, se sa vivere con gli altri, se sa rispettare le regole, se prova emozione, se ci guarda, se è orgoglioso che si sia lì.
Il palcoscenico è scarno. Ma a una veloce riflessione mi rendo conto che in queste occasioni il palcoscenico ha una importanza infinitesimale. Che il palcoscenico sia grande o piccolo, ricco o povero, spoglio o adorno di mobili e di tendaggi, non credo che a un genitore possa importare molto.
Finalmente cominciano i tamburi e i corpicini dei bimbi si muovono. A cavallo dei tamburi, in una foresta immaginaria e fiabesca, le colonne dell'esercito musicale si muovono lentamente.
Una domanda mi assilla: dov'è la mia bimba?
Poi la vedo, si è lei, quegli occhi, quel sorriso e quei gesti. Sono suoi.
Come si comporterà? Non lo so, ma so che la giustificherò qualsiasi cosa accada.
Può fare qualsiasi cosa, può sbagliare, può non fare nulla e so che per lei troverò sempre una giustificazione.
Ma al suono dei tamburi tutto va bene, il suo corpo è plastico e si muove in armonia con la dimensione degli altri corpi.
La maestra si ferma. Gesticola con la mano. I tamburi non emettono più alcun suono. I bimbi sono immobili, come in ascolto di un qualcosa che loro conoscono e che a noi è ancora sconosciuto. Il codice del gruppo l'hanno appreso nelle prove.
Ecco, si, la maestra fa un gesto e ancora i tamburi ricominciano, con un suono lento e pacato. Poi di nuovo un altro gesto della maestra e i tamburi sono colpiti con maggiore intensità, sempre più forte e con un rumore sempre più assordante.
Adesso non sono più portato a pensare a mia figlia. I suoni e l'insegnante, il tutto della rappresentazione, così dinamica e rapida ora che i timori del primo impatto coi genitori se ne sono andati, hanno il sopravvento sulla individualità della mia bimba. Adesso mi interessa osservare gli altri bimbi per coglierne e apprezzarne la spontaneità e l'emozionalità.
Adesso penso al tutto che è davanti a me. Adesso penso alla rappresentazione nel suo insieme. Mia figlia non è più mia figlia in senso stretto, ora mia figlia fa parte di un insieme che ha delle sue regole e dei suoi codici di riconoscimento.
Poi, ad un tratto è il valore dell'insegnante che sono portato a valutare. Non vorrei farlo, ma non ci posso fare nulla, è più forte di me. Qualcosa dentro mi spinge a chiedermi nelle mani di chi io lasci mia figlia. Ho gli occhi puntati su quella figura di insegnante che fa parlare il proprio corpo e che attraverso i suoi gesti comunica emozioni, sensazioni e li trasmette ai suoi allievi, così piccini ma così attenti, così gracili ma tanto forti in questa dimensione. Riconosco che è una gran bella figura di insegnante. C'è purezza nel suo insegnamento, c'è tensione e dinamismo, c'è molta disponibilità, c'è un voler darsi senza pretendere nulla. Sposto lo sguardo sulle insegnanti della classe che se ne stanno in disparte e a disposizione. In loro vedo lo stesso atteggiamento di un dono senza pretese.
I suoni mi arrivano lenti e al loro ritmo penso che dare di sé senza chiedere e pretendere non è da tutti e da tutte le parti. Che non sia così e che sia perché forse dalle altre parti e con le altre persone non si ha la stessa attenzione?
Non so.
Intanto i suoni delle percussioni sui tamburi di vario tipo ci comunicano una dimensione "altra".
Il fatto è che qui provo delle emozioni che non provo altrove. Per un attimo desidererei che dappertutto fosse così. Mi sfugge un leggero sorriso, ma mi trattengo per paura che sia mal interpretato.
Penso che quei bimbi che sono lì, mia figlia compresa, siano molto fortunati. Penso a quando frequentavo la scuola materna, dalle suore. Non ricordo un simile atteggiamento o forse non ho saputo coglierlo. Sono pensieri fulminei.
L'insegnante ferma tutto con la mano alzata. La tiene ferma, ha la testa all'ingiù, rimane immobile. Di nuovo i bimbi sono come sospesi, pronti ad agire, loro sanno quando, io no. Sono piccolissimi, eppure sanno stare alle regole. A loro modo, ben s'intende, sanno cogliere il senso della collettività che si muove e che è armoniosa perché ognuno rispetta il proprio ruolo e il proprio compito. Lo si capisce da come si guardano negli occhi prima di agire, da come ciascuno misura la temporalità dei propri atti con quella degli altri, da come ciascuno attende il proprio turno. I corpi sono tesi, ma gli animi no.
Ho una riflessione velocissima. Saper vivere in modo coordinato insieme agli altri, saper vivere in società insomma, a questa età non è cosa da poco.
Mi concentro sui movimenti dei bambini. Avverto che il momento dell’ascolto e dell’immaginazione del mondo dei suoni e della pura immaginazione fantastica è un tramite per giungere alla condivisione della regola e dell'armonia della vita all'interno della nostra collettività. Li sento molto uniti tra loro.
Come avranno fatto le insegnanti? Me lo chiedo.
A casa, mia figlia sembra selvaggia, qui sembra un'altra persona, più responsabile, più "adulta".
Devo ammettere la mia sconfitta di genitore casalingo e devo ammettere la vittoria della scuola sul mio ambiente familiare. Poi trovo una giustificazione pensando che a casa giocano altre variabili. Mi sento meno colpevole.
Il suono riprende. Adesso i bambini sono tutti in cerchio. Ciascun bambino cavalca un tamburo e il ritmo si fa ora forte e ora tenue, ora rapido e ora lento. È un suono liberatorio e lo avverto dai gesti ampi dei bimbi che sorridono e ridono in un frastuono assordante.
Questo suono è lunghissimo e fortissimo, a scuotere i muri e a mettere a prova i nostri timpani.
La rappresentazione termina all'improvviso.
Il passaggio dalla dimensione-suono alla dimensione-non-suono crea un vuoto e c'è un breve silenzio che pare scavare un dirupo fra noi e le insegnanti.
Sento un grande disagio da parte delle insegnanti, perché non c'è l'esplosione dell'applauso, come al teatro. Se lo meriterebbero, ma da subito l'applauso non c'è. Trovo questo disagio ingiustificato e ingiusto, ma non riesco a fare nulla, rimango immobile e inchiodato alla seggiola, come folgorato dalle intense sensazioni che sto provando. Sono bloccato da ciò che accade dentro di me. In pochi minuti mi è stato dimostrato che mia figlia è diventata "grande", più "grande" di quello che immaginassi. Provo una contentezza che non avevo preventivato. Cerco la conferma negli atteggiamenti degli altri genitori. Mi sembra che provino le stesse sensazioni e che anche loro rimangano in silenzio come in ascolto di una conferma.
Poi ciascuno si libera da questo blocco affettivo e viene spontaneo un applauso che le insegnanti strameritano. Ed è la conferma.
E in quest'applauso ciascuno trova la conferma delle proprie convinzioni.

Renzo (papà di Ilenia, 5 anni Sez.B)



“UN BAMBINO NON DIVENTA GRANDE ALL'IMPROVVISO...”


Un bambino non diventa grande all'improvviso ma cresce giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza…
…e quando, oltre alla " banalità " ( che poi non è tale ) della quotidianità tra le mura domestiche, un bambino ha l'opportunità di vivere situazioni - gioco così ricche e stimolanti come quelle proposte dalla " maestra Sonia " ha sicuramente un'occasione in più.

Un'occasione in più per :
-    imparare la musica giocando
un'occasione in più per:
-    imparare ad esprimere e a comunicare con la voce , la gestualità e tutto il corpo le sensazioni indotte dai diversi strumenti musicali : i campanellini, il flauto, il tamburo…
un'occasione in più per :
-    imparare che non c'è solo il " mondo agito " ,ma anche che il " mondo lo si può anche ascoltare " e si può anche ascoltare il silenzio e il respiro ed è tutto tanto bello che ci si rilassa…
Ascoltarsi
Conoscersi
Rilassarsi
…e tanto altro… semplicemente giocando

Donata (mamma di Elena,  4 anni Sez.2)



“IL CORSO RITMìA”

Anche quest’anno mio figlio Francesco di quattro anni ha potuto seguire un corso di ritmìa all’interno del percorso educativo della Scuola Materna Dante sezione 2.
Le lezioni si sono tenute un volta alla settimana e Francesco attendeva con ansia il giorno in cui aveva “ la maestra Sonia”, anzi la settimana veniva scandita prima e dopo la lezione di ritmìa, poiché ancora la percezione temporale della settimana è scarsa.
Al rientro a casa Francesco riportava, seppur a modo suo, tutto quanto aveva vissuto durante la lezione, canzoncine, storie, metodi di respirazione, gestualità.
Quando non capivo quanto il bambino voleva riportarmi o insegnarmi chiedevo nei giorni seguenti alle insegnanti di sezione spiegazioni, poiché Francesco tiene molto a farmi partecipe di quanto vive a scuola ed in particolare voleva che capissi fino in fondo i “ respirasbuffi” e “ mago silenzio” in modo da poter riproporre, anche se in modo approssimato e relativo, anche a casa l’esperienza vissuta a scuola.
Al saggio di fine corso, mi sono resa conto di quale lavoro i bambini siano stati protagonisti, vi era da parte di tutti molta concentrazione, attenzione ai vari momenti dell’esibizione, capacità di coordinamento gestuale al ritmo e alle diverse esperienze sonore proposte e / o create da loro stessi, tutti erano molto attenti e si sentivano protagonisti e non fruitori di qualcosa.
Sono convinta, che ritmìa sia uno strumento molto bello ed efficace per imparare a rilassarsi e a scaricare le tensioni, oltre che per apprendere le basi della ritmica e della musica, favorendo l’apprendimento di un metodo soprattutto nei soggetti che più hanno difficoltà ad apprendere con i “normali” metodi d’insegnamento.

Manuela (mamma di Francesca 4 anni Sez.2)


“L’IMPORTANZA DI UN’AZIONE CORALE”

Ho assistito al saggio che concludeva il corso di musica tenuto dalla sig.ra Sonia Simonazzi presso la sez.B ai bambini di tre anni, al termine dell’anno scolastico 2001/2002, ed ai bambini di 4 anni nel corso dell’anno scolastico 2002/2003. In entrambi i casi l’impressione che ho riportato da questo corso è stata senz’altro positiva. Dal punto di vista dell’educazione musicale, i bambini sono stati portati a prendere coscienza dei diversi tipi di suono (acuto, grave), dell’origine del suono, e dell’importanza del silenzio in modo creativo e sotto forma di gioco. A prescindere dai contenuti tecnici del corso, e anche dalla maggiore o minore spettacolarità delle coreografie sviluppate, ritengo che l’esperienza sia stata FORMATIVA ed EDUCATIVA per i bambini. Infatti, nonostante la tenera età, sono stati portati a rispettare dei ruoli, a coordinarsi con gli altri all’interno del gruppo, al fine di realizzare una “figura” corale in cui ciascuno apportava il suo contributo. Un ulteriore aspetto interessante è stato il fatto che, in questa azione “corale”, i bambini non seguivano istruzioni verbali, bensì le variazioni della musica. Realizzare questi obiettivi con un gruppo di bambini di 3 e 4 anni (che hanno la tendenza a muoversi autonomamente e seguendo il loro istinto) non è facile, e richiede, a mio parere, una perizia ed una capacità che l’insegnante ha dimostrato di possedere.


Carlo (papà di Gilberto 4 anni Sez.B)


“SENZA BATTERE CIGLIO”

La mia bambina si azzittiva, spalancava gli occhi e senza batter ciglio mi diceva che la mattina stessa era entrata nel castello del signor silenzio e lì guai a chi parlava!
L’ho vista muoversi in quegli spazi di suoni e silenzi con grande consapevolezza e determinazione., l’ho vista calarsi dentro silenzi sospesi nell’aria e rintocchi di campane appese al vento con la concentrazione di un santone indiano…
Tutto questo era lontano dai soliti incontri di chiusura di un’attività, dove si creano tensioni e malumori, stati d’ansia e patemi d’animo per quel che i bambini devono o non devono fare.
Lì tutto era molto “soft”, leggero il fare dei bambini, dolce l’ascolto e chiaro il messaggio anche per noi genitori: esistono strade per far “sentire” ai bambini un mondo di suoni, capaci di farli stare bene e di renderli coscienti di ogni piccolo movimento che produce suono, di ogni piccolo o grande suono udito.
Credo che il laboratorio di ritmìa abbia segnato nei nostri bambini un’impronta significativa e duratura.

Raffaella (mamma di Elena 4 anni Sez. B)



“IL LINGUAGGIO DEL CORPO”

Il primo approccio con questa nuova attività per noi genitori è stato il saggio che si è tenuto alla fine del corso. Non è stata solo una verifica di quanto appreso dai bambini e non voleva esserlo.Una lezione aperta è stata chiamata, senza l’ansia di voler presentare per forza uno spettacolo, ma con la gioia di dimostrare come i nostri bambini si erano avvicinati in modo naturale alla musica.
Il linguaggio del corpo, il ritmo, il silenzio, il riconoscimento di diversi timbri erano ormai in loro possesso e avevano superato anche le barriere linguistiche (vd. inserimenti di alcuni bambini di madrelingua non italiana).
I bambini, anche se un pò distratti dalla presenza dei genitori, seguivano le indicazioni dell’insegnantee associavano le diverse sonorità a a particolari movimenti del corpo all’interno di una storia narrata.
Alcuni erano chiaramente attratti dai diversi strumenti musicali: tamburi, sonagli, flauto.
Ognuno esprimeva se stesso e comunicava agli altri, il piacere di stare insieme in un contesto stimolante e al tempo stesso rispettoso delle esigenze peculiari del singolo.
Il bilancio è del tutto positivo: sarebbe utile ripetere l’esperienza per accompagnare i nostri piccoli alla scoperta della musica lungo il loro percorso evolutivo.

Barbara (mamma di Leonardo 4 anni Sez. B)


“IL FASCINO DEL SILENZIO”

Sono il papà di una bimba che ha frequentato il corso di ritmìa e ho potuto notare inizialmente le grande gioia di mia figlia nel dover frequentare il corso di musica e, successivamente, la gioia di riprodurre le filastrocche a casa facendomi notare quali dovevano essere le scansioni temporali. Credo che questo sia dovuto alla professionalità dell’insegnante e all’efficacia del metodo.
Trovo che sia fondamentale e molto educativa l’unione di più discipline per l’acquisizione dei concetti di base della musica.
Ho apprezzato molto la concentrazione a cui sono richiamati i bambini sul silenzio al quale non sono abituati e che può far paura come un cielo stellato in una notte veramente buia. Silenzio che si pone come base per l’apprendimento della musica e del ritmo che più che con le note lo si fà con le pause.
Penso che questo metodo sia molto indicato per i bambini di questa età.

Massimo (papà di Francesca Sez.D)
 






LETTERA APERTA
 AI PAPÀ E ALLE MAMME
DELLA SEZIONE C
Paola (3 anni)




Mia figlia Paola mi chiede di prestarle per qualche attimo la mia età e tutto ciò che questo comporta per poter inviare una Lettera Aperta a tutti i genitori dei suoi amici e compagni della Sezione C della Scuola materna Dante. Lo faccio ben volentieri, consapevole, però, che i miei mezzi sono inadeguati a esprimere la vastità e la profondità del mondo di una bimba di quattro anni.
A mia figlia presto solo la manualità per battere a macchina la sua lettera, la conoscenza di alcune parole e la conoscenza grammaticale e sintattica. Ma per quanto concerne il contenuto della sua lettera declino ogni responsabilità.
Renzo

Cari papà e mamme,
se avessi gli strumenti linguistici e se avessi la capacità di esprimermi come sono capaci gli adulti, a voi, che siete venuti qui alla Scuola Materna Dante di Piacenza, l'altro pomeriggio per il nostro saggio sui Suoni e sui Silenzi, certa di interpretare i sentimenti e le emozioni dei miei compagni di classe che mi hanno incaricata di farlo, ecco che cosa direi.
"Siamo emozionati e abbiamo paura. La Maestra Sonia ci ha seguiti e ci ha tranquillizzati con le parole e con i gesti del suo modo di fare, ci ha aiutati a vincere questa paura, che però ancora adesso, ancora prima di iniziare il saggio, noi abbiamo nel venire davanti a voi e a farci giudicare.
È la prima volta. È il battesimo col "pubblico", con "gli altri" in senso non più individuale, così come accade con quegli "altri" che sono amici di famiglia che al sabato o che in certi giorni di festa vengono a casa a farvi compagnia. Sono "gli altri" in senso collettivo.
L'incontro con "gli altri", la prima volta che accade, è devastante. Forse voi non lo ricordate o forse si.
Le gambe tremano, la memoria si offusca, non si capisce bene ciò che si deve dire o che si deve fare.
Cosa diranno e cosa penseranno di me? Sono queste le domande che assillano ciascuno di noi.
A tre o quattro anni, essere su un palcoscenico, certamente virtuale ma pur sempre un palcoscenico, con tutto ciò che comporta in ansie ed emozioni, in sensazioni e in timori, e avere una fifa terribile di essere giudicati: questo vuol dire la prima volta davanti agli "altri" a questa età. Ve lo ricordate?
Il palcoscenico è "essenziale", forse sarebbe meglio dire "concettuale". Concettualizzata in codici è la foresta rappresentata con dei teloni appesi a dei fili che si intercrociano a mo' di liane e di vario colore, rosa, azzurro, arancione, terra di Siena. Sopra vi sono disegnati degli alberi fatti in modo elementare. Li abbiamo disegnati e colorati con le nostre fantasie e con le nostre cariche emotive. A voi parrà poco, ma a noi pare molto, perché ci abbiamo messo del nostro. Abbiamo disegnato e colorato anche gli animaletti che interpreteremo: l'ippopotamo e la tartaruga.
Per noi è un grande palcoscenico.
Durante le molte prove, nelle quali abbiamo avuto difficoltà ad essere disciplinati, Sonia ci ha parlato del Silenzio e di come ascoltarlo.
Il silenzio!
C'è e non c'è. Come si farà a disegnarlo? Ad acchiapparlo o ad entrarci o ad uscirne?
In effetti io non so bene di cosa si tratta veramente, ma Sonia ci ha insegnato ad ascoltarlo, perché il silenzio non è mai vuoto, anche se è assenza di suono. Così so che il Silenzio può avere tante cose da dire. Quando rimaniamo in silenzio, dentro di noi non c'è il vuoto, perché il nostro animo e la nostra mente lo riempiono di aspettative, di immagini, di desideri e di emozioni. Il silenzio è un involucro che ci fa relazionare e che ci raccoglie tutti quanti sotto uno stesso tetto, come se si trattasse di una campana di vetro dove non ci sono i rumori, ma dove si trovano l'amicizia e il volere bene, insomma le cose che valgono sempre. A volte, se lo si sa ascoltare, il silenzio sembra avere un suono che non è ripetibile e per questo magico e affascinante. È il suono dell'interiorità. Quando siamo soli nella nostra cameretta a giocare con la bambola o con un video game e voi siete in cucina a preparare la cena o sulla tastiera del computer, noi riempiamo il silenzio con il contenuto della nostra vita. È qui che abbiamo imparato a farlo. Attraverso i suoni, i silenzi e i rumori, i respiri e l'ascolto di questo mondo immaginifico, Sonia ci ha insegnato a riempirlo con dei sogni e delle fantasie, con delle belle cose che si desiderano e che si possono immaginare, gratuitamente.
Non ve ne eravate ancora accorti?
Adesso siamo tutti in cerchio, ma ci agitiamo perché ancora una volta ciascuno di noi guarda verso di voi, che siete il "pubblico", per cercare dei riferimenti fra la "gente" che ci osserva e ci giudica. Abbiamo bisogno di certezze. Cerchiamo un viso noto, cerchiamo chi possa comprenderci e scusarci se sbagliamo. Ciascuno di noi cerca il volto del proprio papà e della propria mamma. Sonia ci parla e sembriamo distratti. Ma non è così. Non siamo distratti per niente, soltanto abbiamo bisogno di sentirvi vicini a noi. Ah, ecco, si, vi abbiamo individuati! Il contatto è avvenuto. Adesso siamo più tranquilli e possiamo stare attenti ai comandi della Maestra.
Sonia ci chiede di agitare le mani e lo facciamo con ampi sorrisi. Sentiamo che voi mormorate o sussurrate qualcosa. Qualcuno di noi è preoccupato. Non siete forse soddisfatti? O forse lo siete? Non lo sappiamo. Poi sottecchi vi guardiamo e vediamo che avete dei sorrisini. Qualcosa non va?
Ecco, c'è il suono metallico che tentiamo di produrre con due campanelle che si incocciano.
E questo è "il suono"!
E poi inizia la favola che parla delle tartarughine, degli ippopotami e dei respirasbuffo, dei rumori, dei suoni, dei silenzi e dei respiri. Il tutto nella vasta foresta della nostra fantasia.
Su un telone c'è scritto "SONIA CI PORTA NEL PAESE DEI RESPIRASBUFFO".
E Sonia inizia a picchiettare coi legnetti su uno strano strumento che presenta delle fessure.
Noi "tartarughine" iniziamo il percorso e camminiamo carponi lungo la parete. Ce n'è una che scappa, o forse siamo noi altre dietro che ci attardiamo troppo. Finalmente la fila si ricompone e siamo tutte una dietro l'altra. Ci muoviamo lentamente ma impaurite come fanno le tartarughine appena nate che si affacciano al mondo.
Presto! Presto! Cosa vanno a fanno ora le tartarughine?
È Sonia che con queste parole ci stimola a fare un altro esercizio.
A dormire! A respirare!
E noi giù a respirare. Non sono tutti respiri, c'è anche qualche rantolo. Qualcuno esagera sempre. Lo fa per il bene della compagnia teatrale. Una di noi non regge il primo impatto con l'"altro", con la massa indistinta che ci osserva. Ha tenuto duro fino ad ora. Ma adesso scoppia in un pianto liberatorio. Siamo solidali con lei. L'aspettiamo. Una maestra l'abbraccia e spezza quell'involucro spesso e coriaceo di quella dimensione collettiva (la platea) che è così fredda perché è ignota e che l'ha isolata dal calore umano individuale che conosce e riconosce (noi, che siamo suoi amici, e i suoi genitori).
Ecco, torna tra noi. Si ricomincia.
Nel silenzio dei respiri c'è il suono della pioggia. Due strumenti che ci si passa l'un l'altro, tra il respiro e la pioggia nell'alito della foresta.
Con questi due strumenti facciamo un po' di confusione. Sentiamo qualche vostro risolino. Ci guardiamo attorno disorientati.
Ma voi non ricordate più la vostra prima esibizione? Quel pomeriggio o quel mattino di un 13 dicembre o di un 16 aprile o di un 6 giugno o di un altro giorno di tanti anni, fa quando avevate la stessa nostra età? Non ricordate più quel pomeriggio o quel mattino, quando vi era stato chiesto di recitare una poesia che forse aveva come titolo "Cara Santa Lucia" e che avete tentato di iniziare tante volte e quando, dopo avere ripetuto più volte soltanto il titolo, avete abbassato la testa e siete scoppiati in un pianto dirotto senza riuscire a dire nient'altro che il titolo, perché davanti a voi c'era tanta gente? Eravate strozzati dagli sguardi di tutti coloro che vi osservavano. Le vostre gambe non le sentivate più, così come adesso accade a noi. Non lo ricordate?
Ah, si? Lo ricordate? Forse è per questo che capite questo nostro attimo di sbandamento, facendo finta che non sia successo niente.
Adesso dobbiamo rappresentare gli ippopotami. In fila ancora con il sedere per aria e con le gambe che dobbiamo tenere rigide. Di qua e di là per il palcoscenico. Adesso siamo un po' più rinfrancati.
Tutti in mezzo al palcoscenico!
Il tamburello scandisce i suoni della Canzone dei Respirasbuffi.
IAOA…IAIO… e tutti con la testa all'ingiù.
IAUA…IAIU… e di nuovo giù con la testa.
Infine il Tamburone e i suoni forti.
Poi Sonia si rivolge a voi mamme e papà e dice che il saggio è finito. Noi siamo riuniti attorno a lei. È il nostro faro.
POTETE ANDARE DAI VOSTRI GENITORI
Abbracciandoci tutti, con queste parole dette in modo dolce e tenero, Sonia ci fa spezzare la parete invisibile che separa il palcoscenico dalla platea e noi siamo da voi. Non so se voi ve ne siete accorti o meno. Io vi dico che noi siamo dei bimbi felici e ve lo abbiamo dimostrato, pur con le nostre paure di questo impatto con l'altro, con la massa, col pubblico e con l'ignoto.
Ecco perché ho voluto scrivervi questa Lettera Aperta.
Voglio dirvi che noi siamo dei bimbi felici con Sonia che ci fa entrare nella favola dei suoni e camminare verso l'orizzonte di altre dimensioni, con Rita e Ivana che ci fanno entrare nella favola dell'interiorità e che ci fanno camminare verso l'orizzonte di una vita armoniosa.
È la favola dell'esistenza.
Io non so se voi siete stati felici come lo siamo noi, qui in questa scuola materna. Papà mi dice spesso che alcuni di voi potrebbero non esserli stati perché ai vostri tempi non si parlava di silenzi e di suoni, di respiri e di respirasbuffi, perché forse nelle tetre aule di antiche scuole materne si aspettava che il tempo passasse e che arrivasse sera. Anche voi allora, così come adesso facciamo noi, il silenzio lo riempivate della vostra vita, ma da soli e senza saperne il come e il perché.
Un tenero respirasbuffo da parte mia e da parte di tutti noi.

Paola